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Data 26/05/2009
Titolo Il Calderon dell'Altopascio
Sezione Servizi

ALTOPASCIO – Le guide Michelin non esistevano ancora. Ma si era già sparsa la voce di un ospedale che rifocillava i viandanti della Francigena. Anche nel Medioevo il tam tam dei racconti di chi si era trovato in quel Padule dopo la città di Lucca, vicino alle colline delle Cerbaie infestate dai briganti, che attendevano i pellegrini diretti a San Miniato verso la Città Eterna. Un rintocco chiamava a raccolta gli smarriti, coloro che vagavano senza mèta. Chi veniva sorpreso (in qualunque stagione) dall’oscurità. In tutti questi casi il bisognoso poteva bussare all’antico ospitale. Veniva accolto (solo così si spiega il concetto di ospitalità che risiede nel Dna degli altopascesi) dai Cavalieri del Tau i quali, è vero, erano sensibili ai possessori di “pistacchie” che possiamo definire una sorta di Ise ante litteram. Chi ne possedeva di una certa qualità significava che deteneva denari e terre. Ma in fondo accoglievano anche il religioso o il viandante braccato e fiaccato dalla fame e dagli stenti. E allora cosa trovavano i pellegrini? Prima di ricevere un giaciglio per la notte, venivano nutriti con una refezione abbondante che proveniva dal Calderone, un grosso pentolone in cui cuoceva una minestra miracolosa. Non era come la pozione di Asterix e Obelix e del druido Panoramix, ma contribuiva a rimettere in forze il pellegrino. Era talmente famoso il Calderone che ne parlò persino Boccaccio nel Decamerone: descrivendo Frà Cipolla, un frate piuttosto disordinato lo scrittore di Certaldo dice: “Il suo cappellaccio era così pieno di untume che sarebbe bastato per condire il Calderon dell’Altopascio…” (Decima Novella). Ogni anno a luglio, durante le celebrazioni della festa più importante dell’anno per gli altopascesi, viene riproposta la tradizione: nel Calderone viene cotta la minestra degli anni Duemila, la pastasciutta. Decine di chilogrammi di pasta viene distribuita (gratuitamente) alla gente che si mette in fila sotto il solleone per gustarne la bontà.

Massimo Stefanini



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